So his gaze began to seek places and symmetries without particular monumental importance. A wall, a room, a geometry, the archtype of which, the root of memory of which, was within him rather than in the external history.

Vittorio Sgarbi
12 July 2003

Loosing oneself in Massimo Listri's images, strong oneiric webs entwine themselves in one's thoughts. Mainly they are dreams, dreams which in any case, contrary to what happens normally when we realise to be dreaming, are inexpungeable from our minds forevermore...

Cesare Cunaccia
18 September 2013

What makes his work unique is how he has made interiors look so absolutely vivid, as if they had a secret life of their own that only he knows how to portray. Listri has the extraordinary ability to capture all the small details that make the difference and reveal all the stories that remain hidden behind the surface. Listri's photos transmit an almost deafening silence, as if time had stopped and humans had suddenly disappeared and the only thing reminiscent of them are the interiors they've left behind, the remains of their lives and their passions, their art and their culture.

Apostolos Mitsios
08 September 2017

“... Ma alcuni di noi conoscono imprevedibili privilegi. A Firenze il privilegio si chiama Listri. Massimo Listri, il fotografo che non documenta ma inventa la bellezza.

Ma non è del valore di Listri che vogliamo parlare, bensì della sua casa. Anzi, meglio, dell'apertura della sua casa. Ci sono case aperte e case chiuse; questo non dipende dalla loro visibilità, ma dal carattere del loro proprietario. Le case aperte non hanno orario; quelle chiuse, anche se pubbliche, sì. Le regole rendono affannosa e complicata la vita, anche quando cercano di organizzarla o semplificarla. Perché non possiamo vedere la Madonna dal collo lungo del Parmigianino a mezzanotte e venti? E' prigioniera o non ci vuole ricevere? No. E' visibile soltanto dalle nove alle quattordici, per tutti. Non è un'ingiustizia, è una proibizione, un impedimento alla bellezza. E non è certo un privilegio esserne gli indesiderosi e indesiderati ( se non indesiderabili) custodi.

Così, a mezzanotte e venticinque, sulla strada per Firenze, telefoniamo a Listri sperando che la Madonna dal collo lungo sia magari ospite da lui, in libera uscita dopo l'orario di lavoro negli Uffizi. Ma sappiamo in ogni caso che troveremo novità: nuovi libri ad arricchire la vasta biblioteca ben illuminata, nuove lampade uscite dalla mostruosa fantasia di Marianna, nuovi marmi, salami di porfido, mosaici romani, vetri e curiosità per un ideale Wunderkammer. Intanto la casa si espande: cadono pareti, si scavano sotterranei, si abbattono altane provvisorie, si recuperano volte di soffitti per contenere adeguatamente i mille ritrovamenti, testimoni dell'intelligenza dell'uomo. Nella notte, avvantaggiato dalla libertà senza prezzo di Listri, ritrovo il più inutile tra gli oggetti del mio desiderio: un reliquiario dorato dalle dimensioni, forse per me attraenti, di un televisore. Due palme scolpite con funzione simbolica e di cornice, rendono la scatola lussuosa e capricciosa nel suo fasto barocco. E siccome si tratta di una cosa inutile e ingombrante, quanto io la voglio, altrettanto Listri non vuole cederla, per lo stesso e simmetrico motivo che è poi quello che la rende preziosa..”

Vittorio Sgarbi
01 May 1991

     Gentile Listri,

     ho rivisto la Sua mostra. Che Lei sia bravo si sa, che sia elegante anche, ma nessuno dei due aggettivi, per essere come sono relativi, Le rende giustizia.

     Lei è uno straordinario scenografo, disponendo di solito di una quantità di materiali visivi che Lei compone o ric-compone sapientemente attraverso cambiamenti, anche minimi, di prospettiva o di luce, di intonazione direi. Questi quadri sebbene siano destinati a un teatro dove non compaiono attori, non mancano mai dalla presenza di chi è uscito di scena o di chi sta per entrarvi. E' il suo mestiere.

     In questa mostra invece c'è molto di più, perchè, l'insieme dei suoi lavori testimonia, senza aggettivi, la qualità dell'assenza. E' vero che al solito le scene sono deserte, la differenza però è che qui, in queste apparizioni, nessuno aspetta nessuno. Siamo alla temperatura zero del 'modeno' Inteso, quando è autentico, nella sua rigorosa purezza.

     Mi spiego: Il Castello di Aglié, il Palazzo Reale di Stoccolma, il Castello di Rivoli, la Reggia di Caserta, sono i punti più alti del discorso che Lei propone. Al contrario il cannoncino dell'Archivio delle Indie di Siviglia, la seduta ottagonale a Pierrefond, la lanterna accesa che appare sotto la Scala nel Palazzo Reale di Stoccolma sono indizi, che inducono a una diversa misura quella dell'attesa. Qualcuno ha azionato il cannone, qualcuno si è seduto, qualcuno ha acceso la lanterna. L'immobilità si trasforma nel moto dell'accadimento passato o futuro. Fuori tema appaiono invece la favolosa versione notturna Versailles/Manhattan, l'Atelier di scandalosa (anche se gratificante) memoria impressionista.

     Non si discute è ovvio delle qualità fotografiche, ma del passaggio a una diversa scala di valori. Uno scarto che è il discrimine tra un mestiere nobile e l'arte. Senza aggettivi appunto, né lettere maiuscole.

     Si abbia i miei saluti e buon lavoro,

                                                                        Suo Roberto Coppini

Roberto Coppini
06 October 2007

Listri’s peana.

 

 

Massimo Listri la strada della fotografia la abbraccia giovanissimo, esordendo con una serie di straordinari ritratti in bianco e nero che raccontano alcune delle figure nodali del Novecento. Grandi vecchi della cultura e della scienza, delle arti e della letteratura come Montale, René Clair, Carlo Bo, l’ereticale sensibilità di Pier Paolo Pasolini, un’immensa arca di sapere quale Federico Zeri, sir Harold Acton, estremo testimone di un mondo perduto, quello angloamericano annidato dalla seconda metà dell’Ottocento nelle ville e sui colli toscani, e dei suoi sofisticati rituali. Con loro, Massimo ha trascorso lunghi pomeriggi e condiviso un fondamentale percorso di scambio e formazione. Tutti conoscono la formidabile capacità di Listri nello svelare come per sortilegio un mondo decorativo talvolta da decenni abbandonato all’oblio, nel far emergere in piena luce la bellezza appannata dalla polvere del tempo, sia essa quella d’un giardino negletto oppure la vita ancora vibrante che si cela in un’antica tela, in un prezioso objet de vertu. Altrettanto nota la sua capacità di registrare il senso più alto dell’architettura, l’ermeneutica di un interno. Per anni egli ha esplorato Wunderkammer manieriste e barocche rinserrate nel chiuso di conventi e freddi palazzi mitteleuropei, si è immerso nell’oro e marocchino rosso delle grandi biblioteche rocaille, ha scavato in archivi e tesori eccelesiastici, nel fasto mediceo delle pietre dure, tra l’ambra, l’avorio e gli argenti dei principi del nord. Un vero itinerario di iniziazione, l’obiettivo che non smette di narrare un’appassionante composita epica per immagini. Accumulo di sensazioni e riflessi fatati, una vera sfida a limitazioni e cronologie. Trent’anni di lavoro e oltre 45 volumi. Intanto Listri, il fotografo-demiurgo che, come ebbe a definirlo Vittorio Sgarbi, “ non cattura la bellezza, la crea…”si cimenta in un’ulteriore avventura. Dal suo knowledge nel sentire l’anima più profonda e astratta di un interno, ecco nascere grandi immagini trattate con effetti cromatici talvolta surreali ed estranianti. Enfilades di stanze vuote abitate dal liquido ricordo d’un passato fastoso, gallerie gremite di specchi e sculture che si librano d’un tratto metafisiche, incorporee in un azzurro freddo spazio virtuale, spiazzanti e sensuali close-up di volti di sculture neoclassiche. Il sogno archeologico schinkeliano riprende forma in una texture possente di colonne doriche rastremate. Sullo sfondo, lontano, un cielo di cobalto mantegnesco, corso da cirri candidi. Friabili intonaci biscottati dai secoli respirano nuove linfe, ironici memento mori di dolcezza quasi domestica. Archiacute strutture proto-industriali si trasfigurano in una grafia nervosa, in un ologramma à la Tim Burton, gotico e Hokusai, il segno impromptu di Hans Hartung che si sovrappone alla visionarietà ogivale di Pugin. Le biblioteche sei-settecentesche, un grande amore di Listri, collezionista di libri antichi, sono percorse da presenze fantasmatiche ed inquietanti, captano quella caparbia lezione della favola che diviene vittoria sulla legge di necessità. “Sola garanzia del mistero è l’irripetibile nitore dell’oggetto reale nel quale momentaneamente uno spirito prese dimora.”. Così avverte Cristina Campo dalle pagine de Gli imperdonabili. Un messaggio chiarissimo e sibillino, che Massimo Listri ha saputo far suo.

 

 

 

Cesare Cunaccia  

Cesare Cunaccia
20 May 2008

[……] Desideravo fermare tutta la bellezza che avevo davanti, e con il tempo questo desiderio è stato soddisfatto. La difficoltà accresceva il valore del proposito […..]. Julia Margaret Cameron, Gli annali della mia casa di vetro, 1874.

 

Per illustrare il suo affascinante viaggio nelle antiche collezioni di archeologia classica dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci si è avvalso dell’occhio fotografico di Massimo Listri, autore tra i più conosciuti ed apprezzati nel mondo per le sue straordinarie fotografie di architettura e di interni. Una scelta mirata, quella del direttore dei Musei Vaticani, poiché da sempre il prediletto terreno di espressione del noto maestro fiorentino è rappresentato dai più significativi ed emblematici luoghi della cultura e del collezionismo d’arte.

Effettivamente Massimo Listri approda ai Musei Vaticani con un’esperienza artistica vastissima dopo aver raccontato in oltre tre decenni di carriera, un composito universo di musei d’arte antica e moderna, palazzi nobiliari, dimore e giardini principeschi, biblioteche aristocratiche e conventuali, archivi palatini, accomunati tutti da un medesimo carattere distintivo: l’appartenenza a quel complesso di luoghi che nei secoli hanno esercitato un ruolo culturale portante, distinguendosi come eminenti centri propulsori di conoscenza, arte e civiltà del mondo. Un campionario di spazi mirabili, densi di storia, che Listri ritrae sistematicamente nell’essenzialità delle rispettive forme, in una condizione di assoluta solitudine, censurando qualsiasi tangibile forma di umana presenza, per restituire di ognuno di essi la peculiare identità, l’anima più profonda.

Non è facile parlare della sua produzione artistica senza correre il rischio di risultare ripetitivi o apparire convenzionali; perché moltissimo, in verità, è stato già detto e scritto sul suo conto da autorevoli ed illustri esponenti del mondo della cultura ad introduzione o commento delle innumerevoli pubblicazioni ed esposizioni che hanno accolto ed ospitato le sue opere. E tuttavia, per comprendere pienamente l’approccio alla fotografia da lui perseguito, è indispensabile ricordare come la bellezza ne sia il fondante criterio ispiratore. E’ questo, inevitabilmente, il termine su cui in maniera costante si appuntano gli apparati critici intenzionati a commentare la sua opera e a delinearne correttamente la personale cifra stilistica.

Listri è il fotografo che inventa la bellezza. Lo dichiara Vittorio Sgarbi sottolineando come il suo sguardo educhi l’occhio dell’osservatore a captare anche tutto quello che rischierebbe di non vedere dietro l’immagine del reale; in particolare gli armoniosi volumi delle stanze che elegantemente ritrae estendendo il campo della visione fino al suo estremo limite. Ed eroe della bellezza lo definisce Giovanni Pallanti ricordando come il suo lavoro trasformi il reale con una partecipazione immaginifica così incisiva da trascendere la fotografia in vera e propria arte creativa; un lavoro la cui originalità sta nel voler rendere bello il mondo degli uomini, spesso grigio, consumato e stanco.

Ma è anche il nostro autore ad affermare senza mezzi termini che è proprio la bellezza l’unica categoria da cui trae indirizzo ed orientamento nel suo lavoro, con tutti quei qualificanti valori di equilibrio, ordine ed armonia che ne identificano il relativo corollario; e il motore che determina l’esecuzione dello scatto fotografico è sempre il desiderio di catturare e restituire l’intima poesia dello spazio rappresentato. E’ in tal senso che l’omissione di qualsiasi presenza complementare nelle sue opere, in particolare di quella umana, diviene determinante. Nulla deve intervenire ad alterare l’esito ultimo dell’atto interpretativo; nulla deve prevalere sul manifestarsi appieno della bella immagine. Lo sottolinea Cesare Cunaccia ricordandoci che per il fotografo d’arte fiorentino la rimozione del soggetto diviene fatale proprio per evitare che esso, con le sue intrinseche peculiarità espressive e caratteriali, possa prendere il sopravvento sull’obiettivo prevaricandone le autonome possibilità inventive.

Per raggiungere il proprio obiettivo, quello di fotografare il bello assoluto, Listri si affida al suo istinto artistico attivando un processo creativo fondato su una precisa selezione degli ambienti da mettere in posa e su una accurata composizione formale della fotografia; dunque di una scelta rigorosa del punto di vista, della profondità prospettica e della geometria delle inquadrature che come rileva Giorgio Antei, per equilibrio e simmetria, somigliano ad autentiche rime. Infine, della qualità essenziale della luce, fondamentale per captare ogni singolo e minimo dettaglio, sempre deliberatamente utilizzata al naturale, nelle più congrue ore del giorno. Tutti elementi di assoluto rilievo che il nostro deriva dai grandi maestri della pittura, avendo lungamente esercitato il suo occhio in particolare sull’opera di artisti della grandezza di Piero della Francesca, Caravaggio e Vermeer.

Per il campo d’ azione che predilige - l’arte e l’architettura - la fotografia o meglio la ritrattistica degli spazi di Massimo Listri rimanda espressamente a quanto di più nobile e degno l’umana civiltà abbia prodotto nel corso della sua storia. Per questo le scenografiche, totalizzanti composizioni da lui inventate, divengono, nelle parole del già citato Pallanti, la prova che l’uomo non è soltanto il distruttore dell’armonia dell’universo ma anche e soprattutto il realizzatore di opere stupende; e al tempo stesso un coraggioso tentativo di difendere intelligenza e cultura dalle aberrazioni e dagli sfregi che il vivere quotidiano di oggi arreca ad entrambe.

Gli individui, pur essendo a quel che sembra scomparsi dalle porzioni di mondo rappresentate, lasciano quindi avvertire ugualmente la loro presenza proprio attraverso quegli interni che costituiscono la traccia più alta e vitale del loro passaggio, il solco più fruttuoso delle loro esistenze, la suprema testimonianza della loro arte e della loro cultura. E’ in questo senso che le immagini di Listri, come dichiara lui stesso, possono considerarsi una esemplificazione della poesia metafisica della presenza-assenza e che pertanto, nonostante l’omissione della figura individuale, chi le osserva ha sempre l’impressione di trovarsi al cospetto di un’anima, di avvertire una umana presenza.

La fedeltà che manifesta rispetto all’evidenza del visibile adottando un punto di vista comunque descrittivo e verificabile, scevro da giochi di composizione troppo complessi o arbitrari, fa si che la sua opera non manchi di contatti con la tradizione della grande fotografia documentaria di cui, tuttavia, non condivide le intenzioni programmatiche di base. Inoltre l’apparente disinteresse verso l’individuo e l’attenzione nei riguardi di spazi a prima vista completamente abbandonati, ci porta ad avvicinare le sue creazioni anche a quella vasta area di lavoro che conosciamo come fotografia dei luoghi; genere incentrato sull’indagine del paesaggio contemporaneo, fortemente radicato in quella stessa tradizione documentaria, riconducibile alla produzione di maestri come Walker Evans ed alle fondamentali ricerche condotte dalla Scuola di Düsseldorf.

Nondimeno la fotografia dei luoghi di Massimo Listri, anziché configurarsi, rispetto al principale indirizzo di riferimento, come testimonianza referenziale della marginalità, dell’incoerenza e del caos che hanno investito il mondo con i devastanti cambiamenti sociali, architettonici e paesaggistici imposti dal passaggio all’epoca postindustriale, offre una soluzione estetica che nella ricerca sostanziale e sistematica della bellezza, quella caotica frammentazione vuole arginare ed esorcizzare. Listri scatta foto bellissime in luoghi bellissimi, dunque è bellezza al quadrato; lo afferma Camillo Langone attribuendogli il titolo di fotografo più elegante d’Italia. Ciò è accaduto anche nei Musei Vaticani come chiaramente si evince dalle straordinarie tavole che accompagnano il percorso museale tracciato da Antonio Paolucci e dagli splendidi positivi fotografici di grande formato che contestualmente alla pubblicazione di questo volume, sono stati esposti per apprezzarne al vero la natura artistica. Basterà ricordarne una fra tutte: l’immagine della Sala a Croce Greca in cui la maestosità dell’anticamera del Museo Pio Clementino ci viene restituita in una perfetta simmetria di spazi, volumi e colori avvolti da una abbagliante luce metafisica, scaldata dall’invisibile ma rassicurante sguardo delle due sfingi che di spalle, silenziosamente, vigilano su quell’ armonico insieme.

Anzi l’affermazione di Langone appare, nel nostro caso, particolarmente pertinente. Se le antiche collezioni di scultura raccontate dal Direttore dei Musei Vaticani identificano uno scenario veramente privilegiato per la foto d’arte, esse hanno rappresentato, per la ricerca artistica di Massimo Listri, un referente ancor più naturale. Qui grazia, eleganza, armonia, equilibrio e bellezza sostanziano tout court i mondi raffigurati; e così come proprio per questo, nel pensiero di Antonio Paolucci, il visitatore che vi accede viene reso felice, allo stesso modo lo Spectator che avvicinerà queste fotografie, vi ritroverà quella quiete silenziosa in cui Listri riconosce l’essenza del suo lavoro, attribuendole la valenza di un’autentica terapia per l’anima; una condizione che solo il visitatore fortunato può sperimentare in una salutare e solitaria visita al Museo.

 

Rosanna Di Pinto
23 September 2014

Caro Listri,

a distanza di due anni dalla mostra che l’antiquario Bacarelli organizzò nella sua Galleria, ho visto oggi quella più impegnativa “I Musei di Firenze”.

Dato il carattere della Mostra e la Sede Illustre, che la ospita, c’era da temere che il tuo lavoro risentisse dell’ufficialità della circostanza, contraddicendo quanto ti avevo detto di quella preziosa mostra fiorentina.

E’ vero che la gran parte delle fotografie raccolte oggi riassumono, con diversi gradi di intensità, il nostro bagaglio visivo, talvolta il più ovvio, ma la qualità dell’assenza la ritrovo anche in queste immagini dove tu riduci all’essenziale la percezione delle forme, che appaiono in sè, senza nulla di esornativo che ne faciliti la lettura.

Com'è nel tuo modo, anche questa volta non ti affidi agli effetti speciali,, né alle luci, né al piacevole delle coloriture; così come censuri tutte le presenze complementari, le umane comprese, che potrebbero rendere più accattivante il tuo lavoro, anzi, tra le tante ineccepibili prove, fanno testo quelle dove perfino il colore cede alla semplificazione estrema del bianco e nero, al fascino, alla necessità del segno. Lo Scalone Lorenese degli Uffizi, la Sala da ballo di Pitti e lo scalone Poccianti, i due Lapidari di Palazzo Bardini, fino al Michelangelo di San Lorenzo e alla biblioteca di Michelozzo a San Marco, ne sono testimonianza.

Disegno, immaginazione e figurazione di progetti in fieri, non ancora destinati a diventare monumenti, si rivelano e rivivono nelle antiche misure, nelle partiture geometriche delle superfici, nelle scansioni dei pieni e dei vuoti, nella percezione tattile dei materiali, che ricreano degli spazi nei quali sarebbe possibile vivere, respirare.

I luoghi deserti raffigurati senza le forzature dell’artificio, sono vivibili dal di dentro; nulla vi è di accattivante, che implichi suggestioni di sorta, ma una elementare icastica evidenza dove anche l’aria è percepibile secondo i suoi differenti valori. Per questo i tuoi ritratti di ambiente si fissano in un vuoto di tempo, come ritrovamenti estranei ai casi e agli accidenti della cronistoria.

Si pensa che di rado un mestiere, possa diventare arte, quasi mai uno stile. Eppure questo mi sembra il tuo caso.

 

Buon lavoro tuo Roberto Coppini .

 

 

Roberto Coppini
10 October 2009

    

Da un percorso di parole a un percorso d'immagini, impresso sulla carta stampata: è la storia, in sintesi estrema, di questa mostra, che rappresenta il viaggio artistico di Massimo Listri in luoghi della città di Firenze, dove si esprime ad altissimo livello di qualità raggiunta, nel passato e nel presente, nell'architettura, nell'arte, nell'ordinamento e nell'allestimento di tesori culturali.

L'amico Listri, grande fotografo di fama internazionale, è partito su questo tracciato essenzialmente urbano con un leggerissimo viatico, che aggiungeva poco o punto peso alla sua attrezzatura professionale. Un permesso a mia firma per entrare ovunque, ça va sans dire, nell'universo composito e vario dei musei, luoghi d'arte e giardini che costituisce il Polo Museale Fiorentino; e il suggerimento di catturare le bellezze diverse di ambienti chiusi e spazi aperti interpretando di ognuno il particolarissimo genius loci. La vivacità gotica dei palazzi medioevali; la serenità monastica di chiostri e re, fettori; la magnificenza pubblica e privata di dimore e giardini rinascimentali; il fasto solenne di cappelle funebri progettate per l'eternità; il capriccio manierista di grotte e fontane; gli splendori barocchi degli appartamenti granducali; la raffinatezza di stanze e quartieri di età neoclassica; lo storicismo eclettico di origine romantica; il razionalismo novecentesco, fino alle soglie del nostro terzo millennio. E che per una volta non fossero i capolavori di Cimabue e di Giotto, di Donatello e di Masaccio, del Verrocchio e di Piero della Francesca, di Botticelli e di Leonardo, di Raffaello e di Michelangelo, di Tiziano, di Caravaggio, di Rubens e di Canova a dettar legge, reclamando attenzioni esclusive. Ma che entrassero invece nell'itinerario se e dove il fotografo avesse deciso d'inquadrarli: ingredienti straordinari, ma non i soli, di composti estetici mirabili cui il suo scatto avrebbe aggiunto un tratto artistico ulteriore.

Queste le premesse del pellegrinaggio di Listri nei musei d'arte fiorentini, del quale hanno fatto parte tre biblioteche storiche, pure dipendenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e un museo universitario. Luoghi e raccolte che rispecchiano l'origine medicea e granducale di gran parte del patrimonio fiorentino e, al tempo stesso, attraverso i secoli, la presenza di altri committenti e collezionisti, pubblici e privati, fautori delle arti non meno di quanto lo furono le dinastie al governo.

Certo, molti altri percorsi si potevano costruire mettendosi sulle tracce, sempre, di diffuse eccellenze d'autore. Partire dalla "cittadella sacra" che comprende il Battistero di San Giovanni, la cattedrale di Santa Maria del Fiore e il Museo dell'Opera del Duomo per seguire, attraverso basiliche, chiese, oratori del centro storico e dei dintorni, la gloriosa storia dell'arte sacra a Firenze. O privilegiare le espressioni artistiche del potere secolare, cominciando da palazzo vecchio con le sue stanze cariche di memorie e di capolavori, raggiungendo poi il bel Museo Bardini, interamente rinnovato, e tutti gli altri musei comunali. o andare per musei universitari, scientifici, di grandi collezionisti, di fondazioni e di enti... E chissà che questo non divenga possibile in ulteriori imprese, che abbiano di nuovo Listri protagonista di campagne fotografiche di pari tenore.

Cristina Acidini
20 September 2009

Le fotografie di Massimo Listri riservano sorprese. Esaminate con la dovuta attenzione, si offrono infatti a una fruizione non solo estetica ma anche simbolica o metaforica. L’eleganza, l’accuratezza, la padronanza tecnica, il gusto, lo stile, ossia, la ricerca del bello, è percepibile a prima vista. La finezza quasi-poetica che guida lo sguardo del fotografo –traducendosi in inquadrature che per equilibrio e simmetria somigliano a rime– sebbene non salti agli occhi, è comunque evidente. Tuttavia, ad una maggiore profondità, agisce nelle immagini di Listri un’altra attrattiva, causata dal loro potere evocativo. Invero, scrutandole senza fretta, va affiorando una trama di allusioni e suggestioni, deliberate o casuali, che provocano la dilatazione del loro significato convenzionale. Taluni collegamenti, come quelli che rinviano ai maestri della prospettiva rinascimentale, sono scontati; talaltri molto meno. Il segreto di “Sala Bianca” (Musei fiorentini, 2009) è così ben dissimulato che nemmeno il fotografo ne è del tutto consapevole. Esaminando l’ambiente da vicino –deserto come tutti gli interni di Listri– scopriamo la presenza di una figura umana “intrappolata” nello specchio riccamente incorniciato al centro della composizione, lí dove si situa il punto di fuga; una figura poco visibile a causa della sontuosa porta bianca –bianca come la sala tutta– che occupa gran parte della specchiera. Sebbene sommersa nella profondità dell’immagine, essa c’è, e si sbraccia in segnali. Riconoscere il fotografo è facile, non altrettanto individuarne i richiami...

 

..Per descrivere le chiese di Massimo Listri non sovviene metafora più pregnante di quella immaginata da Proust: grandi conchiglie cesellate mezzo sepolte nella sabbia, prive di vita nonché di potere di evocazione. Ciò nonostante, la similitudine non è del tutto appropriata: l’occhio attento capta segnali, l’udito acuto percepisce fruscii, la mente sveglia intreccia fili:

 

La triste storia di questo tempio in rovina Soltanto un cercatore di arselle

La può raccontare.

 

Al cospetto delle chiese del fotografo fiorentino, la prima cosa che si affaccia alla memoria è appunto quell’haiku di Basho in cui si dice che a narrare la penosa vicenda d’un tempio abbandonato dovrebbe essere chiamato un hurakami hori, nessun altro all’infuori di un cercatore di arselle. Chi scrive ne ha conosciuto uno. Ogni mattina, al ritirarsi la marea, percorreva la spiaggia di Baelo Claudia tracciando geroglifici sulla sabbia. In realtà, faceva tutt’altro: dissotterrava molluschi fino a riempire il sacco che caricava sulle spalle. Il suo sguardo era così penetrante che le prede venivano individuate quantunque fossero invisibili. Era come se fra le arselle e il cercatore esistesse un’intesa di fondo, un patto pietoso come quello che nell’antica Roma intercorreva fra le vittime e il vittimario. Mentre si andava riempendo, il sacco vibrava di vite interrotte, vite di poco conto che solo un hurakami hori avrebbe potuto raccontare… ovvero qualcuno come Basho, che ne avesse battuto la pista e carpito il segreto. Una storia triste la può raccontare soltanto chi conosce il mondo dei defunti: è questo il senso dell’haiku? Oppure vuol dire che senza morte non vi è storia? Al riguardo, chi non ricorda il caso di Ming, quella vongola che visse nei mari dell’Islanda per cinque secoli filati, fintantoc un biologo la uccise per accertarne l’età? Sacrificandola poté verificare che aveva 507 anni –e non 470 come si era stimato– e scrivere una pagina di storia delle scienze naturali.

 

Se avesse conosciuto il loro deplorevole stato, Proust avrebbe definito i templi napoletani “églises assassinés”, chiese spacciate e abbandonate sulla spiaggia della dimenticanza. Soltanto Massimo Listri hurakami hori d’Oltrarno avrebbe potuto fare ciò che ha fatto: andarne alla ricerca, scoprirne l’antica bellezza e raccontarne la storia.


 

Giorgio Antei

Giorgio Antei
16 September 2014

Sono stato in assoluto il primo, insieme all'editore Franco Maria Ricci, a vedere Massimo Listri non come un fotografo ma come un artista. Con tutto quello che l'ambigua parola significa. “Artista” è anche un bravo cuoco o un avvocato capace di fare assolvere un colpevole.

Artista è che è eccellente e creativo nel suo lavoro. Ma è difficile che lo sia un bravo fotografo. L'ultimo artista che ho visto è Anna Gardu di Nuoro, che inventa dolci e torte da guardare prima che da mangiare ( opzione non esclusa).

Ora ecco Listri, a Varsavia, inseguire con il suo obiettivo quelle chiese e quei palazzi che furono ricostruiti dopo i bombardamenti attraverso i dipinti di Bernardo Bellotto. Con buona pazienza, e con lo spirito di un artista concettuale, Listri si è messo nella posizione in cui era Bellotto nel dipingere gli edifici monumentali negli spazi urbani. Non solo le architetture, quindi, ma anche l'aria, il contesto, il cielo. E' proprio grazie a ciò che è intorno che quegli edifici assumono rilievo, hanno una dimensione monumentale. E' lo spazio che li fa esistere. E, oggi, essi non appaiono falsi, proprio perché intorno a loro brulica la vita. Ma a Listri non basta. E allora agisce com in sogno. E non fotografa le riproduzioni costruite, ma gli edifici dipinti da Bellotto per rimontarli nei luoghi dove stavano.

La sovrapposizione è perfetta e coerente: le carrozze, convivono con le automobili, i passanti di oggi con i personaggi in abiti d'epoca, i monumenti nelle piazze con gli arredi urbani, in un miscuglio del tutto plausibile, che ricorda, per analoga naturalezza, quello dei due tempi del film Kate&Leopold.

Nella Varsavia di oggi le architetture di Bellotto sono perfettamente plausibili, più degli edifici di cui hanno ispirato la ricostruzione.

Listri rende naturale questa sovrapposizione, nella convinzione che la realtà della pittura sia più vera dell'artificiosa realtà della ricostruzione.

Bellotto è più autentico della Varsavia reale. E la presenza delle sue architetture non genera rigetto, neppure nell'atmosfera luminosa di una giornata qualunque. L'aria del tempo di Bellotto è più viva dell'aria fredda del nostro tempo.

L'operazione di Listri è perfettamente concettuale. Non è ingannevole. Non è illusoria. L'autentico non è ciò che abbiamo davanti gli occhi ma ciò che fu davanti agli occhi di Bellotto, che Listri ripropone con un adattamento che stabilisce un processo di autenticazione, contro una inevitabile falsificazione.

Cos'è dunque il reale? E come può essere vero, ciò che è falso?

Il verosimile dell'arte è più vero della realtà a riprodurre i quadri.

La fotografia di Listri documenta questa ambiguità. Se ne compiace. Perché nella fotografia i due livelli si fondono e si confondono.

La fotografia è ambigua, perché non può prescindere dalla realtà. La quale, a sua volta, prescinde da se stessa. Con questo procedimento Listri esce dalla fotografia per entrare in una dimensione allusiva, ambigua, concettuale. L'esito è insolito. E certamente fotografico. Ma più grazie a Bellotto che grazie a Listri. E non perché Listri non abbia un occhio puro. Ma perché il nostro tempo è contaminato.

Vittorio Sgarbi
07 October 2014